Osservare i propri nipoti attraversare l’età adulta può rivelarsi un’esperienza più complessa di quanto si immagini. Molte nonne oggi si trovano ad assistere a una dinamica preoccupante: giovani adulti che, di fronte agli ostacoli quotidiani, reagiscono con un’intensità emotiva sproporzionata, abbandonando progetti, relazioni o percorsi professionali al primo segnale di difficoltà. Questo fenomeno, lungi dall’essere un semplice capriccio generazionale, affonda le radici in meccanismi psicologici e sociali che meritano un’analisi attenta e priva di giudizi affrettati.
La fragilità nascosta dietro l’apparente forza
Quello che appare come mancanza di resilienza nasconde spesso una ferita più profonda: l’incapacità di tollerare la frustrazione. Gli psicologi dello sviluppo hanno identificato questo fenomeno come bassa tolleranza alla frustrazione, una condizione che si sviluppa quando, durante la crescita, non si sono sperimentate sufficienti occasioni di confronto con il fallimento gestibile. I nipoti cresciuti in contesti iper-protettivi o, al contrario, eccessivamente performativi, non hanno sviluppato quella muscolatura emotiva necessaria per affrontare gli inevitabili ostacoli della vita adulta.
La generazione dei Millennials e della Gen Z si trova inoltre a confrontarsi con aspettative irrealistiche amplificate dai social media, dove il successo appare immediato e privo di fatica. Questa distorsione percettiva crea un divario doloroso tra aspettative e realtà, generando frustrazione quando la vita reale non corrisponde all’immagine patinata osservata online.
Perché l’abbandono diventa l’unica via d’uscita
Quando un nipote abbandona un lavoro dopo la prima critica del capo o interrompe una relazione al primo litigio significativo, sta mettendo in atto quello che gli psicologi definiscono evitamento esperienziale. Si tratta di una strategia difensiva che protegge temporaneamente dall’ansia e dal disagio, ma impedisce lo sviluppo di competenze fondamentali come la negoziazione, la pazienza e la capacità di riparare ciò che si è rotto.
Ricerche nel campo della psicologia clinica evidenziano come questa modalità di fuga sistematica rinforzi paradossalmente la percezione di inadeguatezza: ogni abbandono conferma inconsciamente l’idea “non sono capace”, creando un circolo vizioso difficile da spezzare. Gli studi dimostrano che pattern evitanti sviluppati precocemente tendono a perpetuare cicli di inadeguatezza cognitiva ed emotiva nel tempo.
Il ruolo del perfezionismo disfunzionale
Molti giovani adulti oggi soffrono di quello che viene definito perfezionismo disadattivo: l’idea che qualsiasi risultato inferiore all’eccellenza rappresenti un fallimento totale. Questa mentalità del tutto-o-niente non lascia spazio alla zona grigia dove si colloca la maggior parte delle esperienze umane. Un progetto parzialmente riuscito viene percepito come un disastro completo, una relazione con momenti difficili diventa “sbagliata”, un percorso professionale non lineare viene vissuto come una sconfitta personale.
Come una nonna può fare la differenza senza invadere
Il ruolo dei nonni in questa dinamica è delicato ma potenzialmente trasformativo. A differenza dei genitori, che possono essere parte del problema o troppo emotivamente coinvolti, le nonne possono offrire una prospettiva diversa, radicata nell’esperienza di una vita che ha attraversato molteplici stagioni.
Condividere il fallimento come risorsa
Uno degli strumenti più potenti a disposizione è la narrazione biografica autentica. Raccontare ai nipoti le proprie esperienze di fallimento, con onestà e senza edulcorazioni, normalizza l’insuccesso come parte integrante della crescita. Non storie edificanti dove tutto si risolve magicamente, ma narrazioni reali di come si è affrontata la delusione, la rabbia, la tentazione di mollare tutto, e quali strategie concrete hanno permesso di andare avanti.

Questa modalità comunicativa, supportata da studi sulla trasmissione intergenerazionale della resilienza, aiuta i giovani a comprendere che la difficoltà non è un’anomalia della loro generazione, ma una costante dell’esperienza umana. Le ricerche sullo sviluppo precoce indicano che narrazioni relazionali e interpersonali influenzano profondamente la maturazione emotiva e la resilienza, plasmando i meccanismi di risposta alle difficoltà.
Offrire presenza senza soluzioni immediate
Contrariamente all’impulso naturale di voler risolvere i problemi dei nipoti, la strategia più efficace consiste nell’offrire ascolto validante senza minimizzare le emozioni o proporre soluzioni affrettate. Frasi come “capisco che questo momento sia davvero difficile per te” hanno un potere terapeutico superiore a consigli non richiesti.
Creare uno spazio di sfogo emotivo sicuro, dove la frustrazione possa essere espressa senza giudizio, permette ai giovani adulti di processare le emozioni intense invece di agirle attraverso l’abbandono compulsivo.
Strategie pratiche per nutrire la resilienza
- Riformulare il concetto di successo: aiutare i nipoti a vedere i progressi incrementali piuttosto che solo il risultato finale, valorizzando lo sforzo e l’apprendimento piuttosto che la perfezione
- Introdurre la mentalità di crescita: condividere riflessioni sul concetto che le capacità si sviluppano con il tempo e la pratica, non sono fisse, un approccio sviluppato dalla psicologa Carol Dweck
- Proporre modelli di persistenza: portare esempi di persone che hanno raggiunto obiettivi significativi dopo ripetuti fallimenti, normalizzando il percorso non lineare
- Creare occasioni di piccole sfide gestibili: coinvolgere i nipoti in progetti condivisi dove è naturale incontrare ostacoli e trovare soluzioni insieme
Il potere della domanda giusta
Invece di offrire soluzioni, porre domande che stimolino la riflessione autonoma: “Cosa ti ha sorpreso di questa situazione?”, “Cosa hai imparato su di te?”, “Se dovessi dare un consiglio a un amico nella tua situazione, cosa diresti?”. Questo approccio maieutico favorisce lo sviluppo del pensiero critico e dell’autoregolazione emotiva.
Quando la preoccupazione richiede supporto professionale
È importante riconoscere quando il pattern di abbandono e irritabilità supera le difficoltà normali dell’adattamento e sconfina in territori che richiedono intervento specialistico. Segnali come isolamento sociale progressivo, abuso di sostanze, ideazione autolesiva o incapacità persistente di mantenere qualsiasi impegno potrebbero indicare disturbi d’ansia, depressione o altre condizioni che beneficerebbero di supporto psicologico professionale.
In questi casi, il ruolo della nonna diventa quello di facilitatore: suggerire delicatamente l’idea di un percorso terapeutico, normalizzandolo come strumento di crescita piuttosto che stigmatizzarlo come segno di debolezza. La propria generazione ha spesso affrontato difficoltà in solitudine per mancanza di risorse; oggi questi strumenti esistono e utilizzarli rappresenta un atto di coraggio, non di resa.
La saggezza generazionale, quando offerta con rispetto per l’autonomia dei giovani adulti e consapevolezza dei contesti sociali mutati, può diventare un ponte prezioso tra l’esperienza e la sperimentazione, tra la tentazione della fuga e la scoperta che rimanere, anche quando è difficile, costruisce quella forza interiore che nessuna vittoria facile potrà mai generare.
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